Approccio scientifico, concreto e orientato allo scopo

DONATELLA BIELLI
Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale

Tratto i disturbi psicopatologici e le problematiche relative all'età adulta e adolescenziale.
Ricevo a Vigevano in via Pasteur 2, ma se occorre posso lavorare anche a distanza utilizzando skype. PROFILO COMPLETO

Terapie

PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE

PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE

La terapia si concentra sulla modificazione dei comportamenti, pensieri ed emozioni attraverso la raccolta di dati verificabili e interventi precisi, mirati alla risoluzione della patologia.
PSICOTERAPIE di TERZA GENERAZIONE ACT e MINDFULNESS

PSICOTERAPIE di TERZA GENERAZIONE
ACT e MINDFULNESS

Le terapie di terza generazione si basano sul cambiamento del rapporto che l’individuo ha con il proprio pensiero e sulla capacità di non seguirlo e di osservarlo come un testimone non coinvolto nei fatti.
EMDR

EMDR

L’EMDR nasce come metodica di elaborazione del trauma, poi estesa al trattamento di altre patologie. Il funzionamento si basa su un innato sistema di elaborazione dell'informazione.
TERAPIA DI COPPIA

TERAPIA DI COPPIA

Con la terapia di coppia si impara a gestire i conflitti in modo costruttivo, a comunicare meglio, a comprendersi e a prevenire disaccordi futuri.
TECNICHE DI RILASSAMENTO

TECNICHE DI RILASSAMENTO

Inducono uno stato psicofisico di rilassamento, in cui i muscoli del corpo sono decontratti, la frequenza cardiaca e respiratoria diminuisce, si abbassa la pressione arteriosa e la mente è in uno stato di calma.
PSICOFARMACI APPROCCIO INTEGRATO

PSICOFARMACI
APPROCCIO INTEGRATO

La psicoterapia cognitivo-comportamentale prevede la collaborazione con uno psichiatra in tutti quei casi in cui il quadro sintomatologico lo necessita.
  • LA TRAPPOLA DEL RIMUGINIO E DELLA RUMINAZIONE MENTALE. COME USCIRNE?

    LA TRAPPOLA DEL RIMUGINIO E DELLA RUMINAZIONE MENTALE. COME USCIRNE?

    Rimuginio e ruminazione possono sembrare sinonimi, ma in realtà sono processi mentali differenti.

    Il rimuginio è caratterizzato da pensieri ripetitivi a contenuto negativo su ciò che può accadere in un prossimo futuro. Tipicamente accompagna la sintomatologia ansiosa, soprattutto il disturbo d’ansia generalizzato, in cui il soggetto tende a pensare e ripensare che qualche evento temuto sia sul punto di accadere o lo sarà nel futuro. Tali eventi vengono anche immaginati oltre che pensati, con il risultato di acuire lo stato d’ansia e di mantenerla nel tempo e, non ultimo, di rendere deficitaria la concentrazione sul presente e su ciò che di positivo e significativo in esso si vive o si potrebbe vivere. Il rimuginio quindi cattura la mente in una dimensione mentale sospesa, fatta di attese di eventi temuti.

    La ruminazione è invece caratterizzata dallo spostamento dell’attenzione sulle emozioni negative provate e sulle loro cause, presunte o ben definite che siano, ed è orientata all’analisi del malessere e a ciò che lo determina in modo passivo, ossia non mirata alla possibile soluzione del problema o all’elaborazione emotiva del disagio. La sofferenza, pensata e vissuta, rimane quindi un dato di fatto su cui basare l’attività della mente in modo reiterato.

    La ruminazione è tipica del disturbo depressivo, ma ha una dimensione transdiagnostica, essendo infatti correlata anche ad altri disturbi del tono dell’umore, al disturbo post-traumatico da stress e ai disturbi d’ansia.

    Rimuginio e ruminazione tendono a ripresentarsi con il medesimo contenuto e ogni volta hanno una precisa partenza, un momento in cui iniziano a esistere nella mente. Prendono il via da un primo pensiero automatico, che la mente evoca in totale libertà e autonomia in certe situazioni stimolo. Detto in altre parole, la mente non chiede il permesso di mandarci i pensieri iniziali che quella situazione scatena e scatenerà in futuro. Ciò accade perché il funzionamento del cervello risponde alle leggi dell’apprendimento, ossia impara a pensare in un certo modo in base a determinati stimoli se l’associazione tra pensiero e stimolo si ripete nel tempo. Una volta appresa tale associazione, uno stimolo evoca un pensiero a prescindere dalla nostra volontà.

    Per l’ipocondriaco, il primo automatismo di pensiero di fronte a un sintomo fisico anche di banale portata sarà l’interpretazione di quel sintomo come una grave malattia. E’ un processo che la mente fa spontaneamente, ma questo ancora non è rimuginio, bensì un evento mentale associato a uno stimolo significativo per il soggetto che scatena una certa emozione conseguente. Rimuginio o ruminazione, per entrambi il processo è il medesimo, è ciò che accade dopo, è un atto del tutto cosciente che implica la nostra partecipazione attiva nel far seguire agli automatismi mentali molti altri pensieri, che per altro hanno in genere il compito di confermare i primi. Più però confermiamo il pensiero automatico e più le emozioni negative, l’ansia e la depressione aumentano d’intensità e durata.

    Automatismi di pensiero, a cui segue un’attività rimuginativa o ruminativa, sono presenti anche al di fuori della psicopatologia; basti pensare a quando qualcuno ci manda un messaggio più freddo del solito o non ci saluta come di consueto e ci troviamo a riflettere sul perché, se per caso abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, a come fare per rimediare e simili.

    Anche in questo caso parte un primo pensiero che poi seguiamo senza metterlo in discussione. Lo pensiamo quindi è vero, dobbiamo pensarci e continuare a pensarci, per poi scoprire che la persona in questione era solo di fretta o aveva qualche preoccupazione.

    Come fare per smettere di rimuginare?

    Il primo passo è renderci conto che stiamo rimuginando, quindi capire quali sono i pensieri che seguiamo in modo acritico in specifiche situazioni.

    Per fare ciò, sono importanti tecniche di mindfulness che rendono consapevoli di quel che accade nel qui e ora, perché senza questa consapevolezza la mente diventa come un fiume di pensieri che ci trascina lontano, spesso anche dalle nostre reali intenzioni.

    Questo discorso ovviamente vale solo per quei pensieri che noi giudichiamo essere dannosi, superflui o patologici e non per l’attività mentale utile, proficua e piacevole.

    Successivamente occorre imparare a mettere in discussioni quegli automatismi di pensiero che magari sono solo nostre interpretazioni o esagerazioni, oppure pensieri assolutamente aderenti al reale ma riferiti a una condizione non modificabile, per cui diventa del tutto inutile pensarci troppo.

    Il passo poi più complesso è abituarsi a non seguire il pensiero automatico, che di per sé non è del tutto eliminabile dalla mente e tende a ripresentarsi, perché appunto causato da apprendimenti spesso consolidati e aggravati, in alcuni casi, da una condizione psicopatologica o da vulnerabilità personali. Qui entrano in gioco le psicoterapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, che insegnano a cambiare non tanto il contenuto del pensiero, quanto la relazione che noi abbiamo con esso, ossia non necessariamente di fusione assoluta per cui diventa l’unica realtà non ignorabile, ma di defusione, ossia di distacco. Ciò non significa respingere i pensieri o combatterli, sarebbe come lottare contro i mulini a vento; significa invece imparare ad accoglierli senza seguirli e a lasciarli andare.

    Molto esplicativa è la storiella del cavaliere a cui viene chiesto quale sia la sua direzione e la risposta è: “non so, chiedilo al cavallo”. Se sostituiamo il cavallo con la nostra mente, la situazione non si discosta di molto. Capita infatti molto più spesso di quanto si possa credere che sia lei a portare in giro noi e non viceversa, ma a prendere le briglie in mano si può sicuramente imparare.

    E' doveroso in conclusione aggiungere che in condizioni di psicopatologia il costante lavorio della mente necessita di un trattamento anche farmacologico, perchè in presenza di uno stato d'ansia acuto o depressivo marcato diventa quantomai difficile gestire il pensiero nelle sue svariate forme rimuginative. A tal proposito si legga l'interessante e approfondito articolo del Prof. Alessandro Rotondo, specialista in psichiatra e docente universitario:

    https://www.alessandrorotondo.com/blog/penso-troppo-e-vivo-male-comprendere-e-affrontare-il-rimuginio-e-la-ruminazione-mentale/

  • ELABORAZIONE DEL LUTTO

    ELABORAZIONE DEL LUTTO

    L'elaborazione del lutto è un processo, il cui inizio è conseguente alla perdita di una persona cara, sia a causa della sua morte, sia a causa del suo allontanamento, come accade nelle relazioni sentimentali e affettive in generale.

    Le reazioni sono soggettive ma alcune sono tipicamente presenti nella maggior parte degli individui. Tra queste: il forte senso di tristezza, di vuoto, di nostalgia e di impotenza, il rammarico per non aver fatto o detto ciò che ormai non si può più dire o fare, l’ansia, la rimuginazione sull'accaduto, lo scarso coinvolgimento nelle azioni quotidiane, il ritiro sociale e talvolta il senso di colpa per le circostanze del decesso.

    Sono state evidenziate fasi specifiche di elaborazione:

    • una prima fase di disorientamento, confusione, incredulità;
    • una seconda fase in cui si viene sovrastati dalla rabbia nei confronti di persone ed eventi che si crede abbiano potuto contribuire alla morte, ad esempio i medici o il destino ingiusto. In altri casi la rabbia viene espressa verso se stessi per non aver fatto scelte diverse o tutto il possibile;
    • una terza fase di disperazione e disorganizzazione;
    • una quarta fase di riorganizzazione e accettazione.

    Gli esseri umani hanno la capacità di elaborare in piena autonomia il lutto e di arrivare alle quinta fase nell'arco di circa 12 mesi.

    Il lutto può però essere talvolta caratterizzato dalla comparsa di sintomi psicopatologici che rendono complessa la sua elaborazione. Tipicamente un quadro marcatamente depressivo rende difficile la ripresa della propria vita, con vissuti di apatia e scarso interesse per ciò che prima causava gioia. Tale stato può riflettersi nel lavoro e nelle relazioni con gli altri, creando problematiche di vario genere.

    Ad alcuni capita proprio l’opposto, ossia una sorta di iperattività che impedisce di fermarsi a pensare e ricordare.

    Frequente è anche l’attività rimuginativa, che può diventare un comportamento mentale ossessivo, con pensieri ripetuti e intrusivi.

    Anche sintomi d’ansia spesso si accompagnano agli atri quadri sintomatologici, così da rendere le condizioni di vita ancora più compromesse.

    Tale condizione psicopatologica può definire il disturbo post-traumatico da stress e richiedere un trattamento specifico, spesso utilizzando l’EMDR.

    Alla psicopatologia possono aggiungersi anche sintomi fisici, come cefalea, disturbi gastroenterici e una maggiore vulnerabilità verso le patologie fisiche.

    In taluni casi, seppur in assenza di questo pesante quadro sintomatologico, può capitare che non si riesca ad accettare la perdita e l’ineluttabilità della morte e che il dolore rimanga acuto anche oltre i 12 mesi. Si parla in questo caso di lutto complicato o patologico.

    In questo anno di pandemia le condizioni in cui vengono a mancare i propri cari possono predisporre a un lutto patologico e non ultimo rendere la perdita un evento traumatico con possibile evoluzione nel disturbo post traumatico da stress. Non è infatti emotivamente facile da sopportare il distacco netto dal malato, senza potergli fare visita e spesso nemmeno sentirlo al telefono. Tanto quanto non lo è il timore di un drastico peggioramento, il continuo rimando alla pericolosità della malattia che giustamente i media ribadiscono, l'impossibilità di avere un aggiornamento costante sulle condizioni di salute, nonché la propria assenza negli ultimi momenti di vita della persona che ci sta lasciando. La ritualità stessa del funerale così limitata rispetto al numero dei partecipanti rende più difficile sentire il calore dei molti che non possono partecipare, così come l'impossibilità di frequentare amici e parenti lascia più soli, proprio quando la presenza degli altri potrebbe essere consolatoria.

    Capita purtroppo sempre più spesso di trattare in terapia tematiche legate al lutto, sia con EMDR, sia con le tecniche cognitivo-comportamentali. Il fine è quello di accelerare o sbloccare il processo di elaborazione e di arrivare a un ricordo sereno della persona persa.

    Qualche breve consiglio:

    • Meglio affrontare pienamente il proprio dolore piuttosto che cercare in qualche modo di evitarlo, soprattutto con rimedi che possono momentaneamente lenirlo ma provocare danni fisici, come l'uso di droghe o alcol.
    • Dà sollievo rimanere in una sorta di relazione con il defunto, non concreta ovviamente ma del tutto interiore. È molto soggettiva la modalità, che spazia dall'andare al cimitero ai ricordi o ai pensieri dedicati alla persona cara.
    • Aiuta cercare di comportarsi come sarebbe stato/a contento/a chi ci ha lasciato.
    • Essenziale prendersi cura della propria salute psicofisica e non lasciarsi andare a una vita non sana.
    • Ricreare una routine e tornare gradualmente ai propri interessi garantisce infine un valido sostegno contro il senso di dispersione e disorientamento tipico del lutto.

© 2022, Donatella Bielli Psicologa - PI: 13395030151 - Numero iscrizione Ordine Psicologi della Lombardia 4441 - pec: donatella.bielli.243@psypec.it

Politica sulla privacy - Politica sui cookie - Gestione dei consensi dei cookie

Cerca