La mindfulness, concettualizzata da J. Kabat-Zinn, deriva dalla tradizione classica buddhista ed è uno strumento per raggiungere una modalità di funzionamento alternativo della mente, secondo cui viene accettato incondizionatamente ciò che accade, senza la tensione volta al raggiungimento di uno stato esperienziale differente da quello contingente.

Questo vale anche per i pensieri e per le emozioni, che vengono in questo modo considerati oggetti che entrano ed escono dall’ambito della coscienza, a cui non deve necessariamente seguire una risposta automatica, ma a cui può seguire la scelta di una risposta, la libertà di scegliere come e se rispondere. Si tratta di interporre tra lo stimolo e la risposta, la consapevolezza del momento, la comprensione del momento e di noi stessi nel momento, la capacità di considerarlo senza schemi prefissati, pregiudizi e fissità funzionali. Il momento per quello che è, il pensiero per quello che è, la libertà di fare sia del momento sia del pensiero ciò che si vuole, uscendo da filtri cognitivi che rendono l’interpretazione della vita monotematica e le reazioni automatiche. In questo senso si tratta di rendere le reazioni azioni, azioni consapevoli, in base alla presenza consapevole, la mindfulness. Si tratta di disinnescare il pilota automatico con cui per lo più viviamo e diventare padroni del nostro presente.

Le implicazioni cliniche della mindfulness nascono dall’incontro con la Cognitive Therapy. JohnTeasdale, Mark Williams, professore di Psicologia clinica all’Università del Galles, e Zindel Segal, professore di Psichiatria e psicologia all’Università di Toronto, hanno intrecciato la mindfulness meditation con le tecniche della Cognitive Therapy, dando vita alla Mindfulness-based Cognitive Therapy, con cui sono stati trattati con successo i disturbi depressivi.

Il punto nodale del trattamento, ripreso poi anche dalla ACT, Acceptance and Commitment Therapy, è lo spostamento della coscienza rispetto ai sintomi, ossia la coscienza non si identifica con il suo contenuto patologico, ma osserva le sensazioni interne e i pensieri con la calma di un testimone esterno, disidentificandosi da ciò che di negativo il pensiero comporta a livello contenutistico ed emotivo.
E’ come dire che il soggetto non è il sintomo, non è la depressione. Questo induce con la pratica a rendersi consapevoli dei meccanismi automatici che sottostanno a pensieri ed emozioni patologici.

Questi studi e ricerche mettono in risalto che una cosa è la coscienza e una cosa sono i suoi contenuti. Non si tratta di fenomeni necessariamente coincidenti ed è proprio la capacità di lavorare internamente su questa non coincidenza che dà benessere e salute mentale.

Se infatti riusciamo a ad attuare un’osservazione attenta ma non reattiva dei nostri contenuti mentali, ossia se riusciamo ad osservare il pensiero, vuole dire che al di là di esso c’è qualcuno che osserva e quel qualcuno siamo noi. Come dicono gli orientali, i pensieri sono le nuvole e noi siamo il cielo, il trucco sta nel non identificarsi con le nuvole ma con il cielo. Il processo dell’osservazione calma le emozioni, diventiamo più distaccati e infine diventiamo padroni delle nostre modalità di risposta e dei nostri stati emotivi.
L’osservazione del corpo, degli stati d’animo, delle sensazioni e dei pensieri ci porterà a identificare un “testimone”, un sé osservatore, una parte di noi che guarda con distacco sia il mondo interno che esterno e che gestisce le risposte all’ambiente con ponderazione meditata, con consapevolezza.

Dobbiamo osservare come nascono le reazioni, il punto di incontro tra gli organi di senso e gli stimoli, come poi si sviluppano. Dobbiamo osservare come nascono i desideri e le avversioni. Dobbiamo essere consapevoli dell’attività di filtro ed interpretazione svolta dalla nostra mente ed imparare a fermarci alle sensazioni pure, a cogliere l’intervallo fra la sensazione e il giudizio. In questo modo possiamo avere sensazioni non mediate da pregiudizi, da schemi di pensiero, interpretazioni culturali. E’ la realtà colta prima del pensiero.

La pratica della consapevolezza se coltivata durante la quotidianità ci aiuta dunque a sviluppare la nostra capacità di ascolto della mente, e ad introdurre la presenza mentale, che spezza gli automatismi comportamentali, cognitivi ed emotivi, garantendo libertà e benessere, ove il benessere è la massima e piena espressione dell’esseri liberi, innanzitutto da se stessi.

Mindfulness: alcuni centri e organizzazioni

Breve Bibliografia

  • Goleman, D. a cura di. (1989). Le emozioni che fanno guarire. Mondadori.
  • Kabat-Zinn, J. Et al. (1985). The Clinical Use of MindfullnessMeditation for the Self-Regulation of Cronic Paint. Journal of Behavioural Medicine, 8, 163-189. (1999). Dovunque tu vada ci sei già. Tea (2005) Vivere momento per momento. Tea (2008) Riprendere i sensi. Cortina
  • Montano A. (2007). Mindfulness. Guida alla meditazione di consapevolezza. Una terapia per tutti. Ecomind
  • Segal Z., Williams M., Teasdale J. (2002). Mindfulness. Boringhieri